L’ex sede comunale di via Cravero a Caselle continua a restare nel limbo.
Nemmeno il forte ribasso a 303.500 euro è bastato ad attirare investitori privati. Anche la terza asta pubblica è andata deserta.
E a questo punto forse bisogna iniziare a dirlo chiaramente:
tre aste deserte non sono più un incidente di percorso.
Sono un messaggio.
Perché ormai appare abbastanza assodato che quell’immobile, almeno nelle modalità e nelle condizioni immaginate dall’Amministrazione comunale, non abbia realmente mercato.
Ed è qui che la vicenda inizia a diventare interessante.
Ma anche politicamente delicata.
Dallo studentato PNRR al nulla
Chi ha buona memoria ricorda ancora il progetto legato ai fondi PNRR per realizzare uno studentato universitario da circa 20 posti letto.
Una possibilità che avrebbe consentito di recuperare l’immobile praticamente senza costi diretti per il Comune, inserendolo in un progetto di rigenerazione urbana e sociale.
Eppure quella strada venne abbandonata.
Anzi, da quanto emerso all’epoca, non si sarebbe nemmeno arrivati a verificare concretamente l’esito finale della graduatoria ministeriale.
Un dettaglio che oggi pesa moltissimo.
Perché mentre altre amministrazioni correvano dietro ai finanziamenti pubblici, qui si è scelta con decisione la strada della vendita diretta.
Risultato?
- immobile fermo;
- tre aste deserte;
- valore crollato del 56%;
- rischio concreto di ulteriori ribassi.
La svalutazione del patrimonio pubblico
La cronistoria ormai è nota:
- 700.000 euro nel primo tentativo;
- 525.000 euro nel secondo;
- 303.500 euro oggi.
In poco più di un anno il Comune ha accettato una svalutazione di quasi 400 mila euro.
E inevitabilmente iniziano a emergere domande che molti cittadini, magari sottovoce, iniziano a farsi.
Perché dopo tre aste deserte il rischio concreto è che si continui ad abbassare il prezzo fino ad arrivare a una vera e propria svendita del patrimonio pubblico.
E allora inevitabilmente iniziano a nascere interrogativi e riflessioni tra i cittadini.
Domande forse scomode, ma comprensibili davanti a una vicenda che, nel corso del tempo, ha visto cambi di direzione, ribassi importanti e scelte amministrative che all’esterno possono risultare difficili da interpretare pienamente.
Naturalmente non si tratta di mettere in discussione le intenzioni di nessuno.
Proprio per questo sarebbe probabilmente utile, anche nell’interesse dell’Amministrazione stessa, chiarire ulteriormente quale sia oggi la visione concreta sul futuro dell’immobile e quali scenari si intendano realmente perseguire.
Esiste un esercizio che insegnano spesso nei corsi di comunicazione:
non limitarsi ad ascoltare le parole, ma osservare le scelte concrete.
E allora qualcuno potrebbe ragionare così:
- si abbandona un progetto finanziato;
- non si approfondisce fino in fondo una strada pubblica;
- si insiste sulla vendita;
- il valore precipita;
- e si continua a ribassare.
A quel punto il dubbio nasce quasi automaticamente.
E se il problema fosse il modello scelto?
Forse il mercato, almeno fino a oggi, ha già dato una sua risposta.
E magari il vero limite è continuare a immaginare quell’edificio esclusivamente come qualcosa da vendere o come sede per grandi progetti pubblici tradizionali.
In quest ore ho letto anche proposte e sogni di cittadini che immaginavano nuove scuole, grandi poli pubblici o maxi strutture istituzionali. Idee comprensibili e anche belle da leggere, perché dimostrano che attorno a quell’edificio esiste ancora un interesse collettivo.
Ma realisticamente una scuola o una grande struttura pubblica non nascono semplicemente perché un gruppo di cittadini decide di mettersi insieme. Entrano in gioco:
- enti sovracomunali;
- ministeri;
- finanziamenti molto importanti;
- autorizzazioni;
- pianificazione territoriale e scolastica.
Esistono però altri modelli, forse più semplici ma anche più vicini alla dimensione di una comunità.
Progetti capaci non solo di recuperare un immobile, ma anche di creare partecipazione, relazioni e senso di appartenenza attorno a uno spazio che oggi rischia invece di restare fermo e inutilizzato.
Ed è qui che nasce una domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata assurda:
e se fossero direttamente i cittadini a comprarla?
L’idea dell’azionariato popolare
Attenzione:
si tratta soltanto di un ragionamento teorico, non di un progetto già esistente.
Ma in Italia e all’estero esistono davvero cooperative di comunità e azionariati popolari che hanno recuperato:
- vecchie scuole;
- teatri;
- cinema;
- edifici pubblici;
- immobili abbandonati.
Trasformandoli poi in:
- spazi sociali;
- coworking;
- poli associativi;
- residenze temporanee;
- servizi culturali;
- centri civici.
Immaginiamo per assurdo 1.000 cittadini che partecipano con una quota media da 300 euro.
Si arriverebbe già a una cifra vicina all’attuale valore dell’immobile.
Naturalmente poi servirebbero:
- ristrutturazioni;
- gestione seria;
- professionisti;
- bandi;
- partner;
- regole rigidissime;
- massima trasparenza.
Ma il principio sarebbe completamente diverso:
non più “vendere il bene pubblico al primo che passa”, ma trasformarlo in un investimento collettivo della città sulla città.
E non servono solo soldi
E poi c’è un altro punto interessante.
Quando si parla di azionariato popolare si pensa subito ai soldi.
Ma non è detto che la partecipazione debba essere soltanto economica.
In molti progetti simili il vero capitale iniziale non sono solo i bonifici.
Sono le competenze.
Un muratore potrebbe contribuire ad alcuni lavori.
Un elettricista agli impianti.
Un geometra o un architetto alla progettazione.
Un informatico alla parte digitale.
Un avvocato agli aspetti legali.
Le associazioni del territorio potrebbero organizzare attività e iniziative.
In pratica il valore non sarebbe dato soltanto dal denaro raccolto, ma dalla somma delle energie della comunità.
Naturalmente un progetto del genere sarebbe complesso.
E anche politicamente rischioso.
Perché potrebbe entrare in collisione con chi magari, nel frattempo, immagina per quell’immobile un destino completamente diverso.
La vera domanda
Forse però, dopo tre aste deserte, il punto non è più capire “quanto vale quell’edificio”.
La domanda vera ormai sembra essere un’altra:
chi vuole davvero decidere il futuro di via Cravero?
Perché continuare semplicemente a ribassare il prezzo sperando che prima o poi qualcuno arrivi rischia di trasformare un bene pubblico in un simbolo di immobilismo amministrativo.
Mentre forse, paradossalmente, proprio da questa situazione potrebbe nascere una delle idee più innovative mai discusse a Caselle:
non aspettare il compratore perfetto.
Ma chiedersi se una città possa, almeno in parte, riprendersi il proprio futuro.
