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La pericolosa abitudine di interessarsi alla cosa pubblica

by Redazione Ticronometro

Quando fare domande diventa un problema

Nel dibattito pubblico casellese accade spesso una cosa curiosa: chi osserva, legge gli atti e chiede spiegazioni viene trattato come se stesse disturbando. Ma la partecipazione civica non è un fastidio. È democrazia.

Ogni tanto, sotto un articolo o una vignetta pubblicata da Ticronometro.com, compare un commento che più o meno dice sempre la stessa cosa:

«Abbiamo capito che qualsiasi cosa faccia il Comune non ti va bene.»

È una frase che negli anni ho letto in molte versioni diverse.

  • A volte arriva con l’accusa di essere polemico.
  • A volte con quella di vedere sempre tutto negativo.

A volte con l’immancabile domanda:

«Perché non ti candidi a sindaco?»

Ed è proprio da qui che nasce una riflessione interessante.

Quando, esattamente, la critica diventa un problema?


Il cittadino ideale: quello che non disturba

Nel dibattito locale sembra quasi che esistano due categorie di cittadini.

  • Da una parte quelli che applaudono.
  • Dall’altra quelli che fanno domande.

E spesso basta porre una domanda per finire automaticamente nella seconda categoria.

  • Se analizzi una determina, sei contro il Comune.
  • Se leggi un bilancio, sei contro il Comune.
  • Se chiedi spiegazioni, sei contro il Comune.
  • Se pubblichi una vignetta satirica, sei contro il Comune.
  • Se segnali un problema, sei contro il Comune.

A questo punto viene spontaneo chiedersi se il problema sia davvero il contenuto delle osservazioni oppure il semplice fatto che qualcuno si interessi alla vita pubblica.

Perché una comunità democratica dovrebbe funzionare esattamente al contrario.

  • Dovrebbe essere normale leggere gli atti.
  • Dovrebbe essere normale fare domande.
  • Dovrebbe essere normale sapere come vengono spesi i soldi pubblici.
  • Dovrebbe essere normale esprimere un’opinione.

Invece, a volte, il cittadino che partecipa viene descritto come un disturbatore.

Un po’ come se la democrazia fosse bellissima, purché nessuno la usi davvero.


Il grande classico: “Perché non ti candidi?”

Tra le obiezioni più ricorrenti c’è poi quella che ormai è diventata un evergreen della politica locale:

«Perché non ti candidi a sindaco?»

Domanda legittima.

Ma contiene un equivoco enorme.

  • Per leggere una determina non serve essere sindaco.
  • Per consultare un bilancio non serve essere assessore.
  • Per seguire un consiglio comunale non serve essere consigliere.
  • Per fare domande non serve fondare una lista civica.

Il controllo civico non è una prerogativa degli eletti.

È un diritto dei cittadini.

Anzi, spesso è proprio grazie all’interesse dei cittadini che le istituzioni possono migliorarsi.


Satira, vignette e altri pericolosi strumenti democratici

Poi c’è il tema della satira.

Le vignette non piacciono a tutti.

È normale.

Non piacciono a tutti i giornali, non piacciono a tutti i programmi televisivi, non piacciono a tutti gli articoli di opinione, non piacciono a tutti gli audio di radio radicale.

La satira utilizza ironia e paradosso per accendere una riflessione.

  • Può riuscire.
  • Può fallire.
  • Può far sorridere.
  • Può infastidire.

Ma se una vignetta genera discussione, probabilmente ha toccato qualcosa che merita di essere discusso.

Il punto non è pretendere che piaccia a tutti.

Il punto è accettare che anche l’ironia possa essere uno strumento di partecipazione.

Magari meno solenne di un comunicato ufficiale, ma spesso molto più leggibile.


La misteriosa arte della “non strumentalizzazione”

Esiste poi un fenomeno ancora più curioso.

Quello delle domande senza risposta.

Invii una PEC.  ->  Nessuna risposta.

Ne invii una seconda. -> Ancora nessuna risposta.

Poi una terza. -> Una quarta ->Una quinta. ->Silenzio.

Finché, dopo settimane o mesi, decidi di raccontare pubblicamente quella situazione.

Ed è proprio lì che compare la parola magica:

“Strumentalizzazione”.

  • Se fai una domanda pubblicamente, stai strumentalizzando.
  • Se chiedi chiarimenti, stai polemizzando.
  • Se segnali una mancata risposta, stai attaccando qualcuno.

Eppure, prima di arrivare a quel punto, spesso il cittadino ha già percorso tutte le strade istituzionali possibili.

Ha scritto. -> Ha aspettato.

Ha riscritto. -> Ha aspettato ancora.

Poi, quando il silenzio diventa troppo lungo, prova almeno ad accendere una luce.

E improvvisamente il problema non è più la mancata risposta.

Il problema diventa chi l’ha fatta notare.

Comodo, bisogna ammetterlo.


I modi e i tempi previsti dalla legge

Dopo  l’accusa di strumentalizzazione   arriva spesso anche la formula ufficiale:

«Questa Amministrazione ai quesiti che sono stati posti in forma scritta risponderà nei modi e nei tempi previsti dalla legge.»

Una frase formalmente impeccabile.

  • Istituzionale.
  • Elegante.
  • Quasi poetica.

Il problema è che, dopo mesi di attesa, il cittadino inizia inevitabilmente a chiedersi quali siano questi tempi.

  • Una settimana?
  • Un mese?
  • Un trimestre?
  • Un anno?
  • Il prossimo allineamento planetario?

Perché, dal punto di vista di chi aspetta una risposta, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un calendario segreto, custodito da qualche parte tra gli archivi comunali e i grandi misteri della burocrazia.

Naturalmente nessuno pretende risposte immediate.

  • Gli uffici lavorano.
  • Le pratiche sono tante.
  • Le procedure esistono e vanno rispettate.

Ma proprio per questo una risposta, anche breve, ha un valore enorme.

Perché una risposta chiude una questione.

Il silenzio, invece, la alimenta.


Il problema non nasce quando qualcuno ne parla

Quando il silenzio dura troppo a lungo, non è chi ne parla pubblicamente a creare il problema.

Il problema esiste già.

Qualcuno si limita semplicemente ad accendere la luce.

Ed è forse questo il punto che spesso sfugge.

  • La trasparenza non consiste nell’assenza di critiche.
  • La trasparenza non è pubblicare solo ciò che conviene.
  • La trasparenza non è chiedere partecipazione quando fa comodo e poi considerarla fastidiosa quando diventa domanda.
  • La trasparenza consiste nella capacità di ascoltare, rispondere e confrontarsi.
    • Anche quando la domanda è scomoda.
    • Anche quando la risposta non piace.
    • Anche quando sarebbe molto più semplice ignorare tutto e aspettare che passi.

Alla fine, la domanda resta

Una democrazia matura non si misura dal numero di applausi che riceve.

Si misura dalla serenità con cui riesce a convivere con le domande dei propri cittadini.

Perché il cittadino che legge, osserva, chiede e discute non è un problema.

  • È una risorsa.
  • Magari scomoda.
  • Magari insistente.
  • Magari poco incline agli applausi automatici.
  • Ma pur sempre una risorsa.

E forse, alla fine, il vero problema non è chi pone le domande.

Il vero problema è che certe domande esistono.

E continuano a restare senza risposta.


Il paradosso dell’anonimato

C’è poi un aspetto che merita una riflessione ulteriore.

Molte delle persone che criticano chi pone domande non lo fanno apertamente e preferiscono non metterci la faccia.

Scelgono profili difficilmente identificabili, account creati da poco o identità che restano nell’ombra.

Naturalmente ognuno è libero di utilizzare i social come preferisce.

Ma la situazione diventa curiosa quando chi firma articoli, PEC, richieste di accesso agli atti e osservazioni pubbliche con nome e cognome viene accusato da persone che, contemporaneamente, preferiscono non rendere nota la propria identità.

È un paradosso che dovrebbe fare riflettere.

Perché il cittadino che pone una domanda si assume una responsabilità pubblica.

Chi interviene nell’anonimato, invece, spesso non corre alcun rischio e non deve rendere conto di nulla.

Ed è qui che nasce la parte più interessante della questione.

Chi sono questi anonimi?

In una grande città probabilmente non lo sapremo mai.

In una comunità di dimensioni più contenute, invece, viene spontaneo chiedersi quali siano le ragioni che spingono alcune persone a nascondersi mentre attaccano chi agisce alla luce del sole.

  • Sono semplici cittadini?
  • Sono sostenitori particolarmente appassionati?
  • Sono persone che temono il conflitto?
  • Oppure sono individui che preferirebbero che certi argomenti non venissero discussi pubblicamente?

Naturalmente non possiamo saperlo.

Ed è proprio questo il punto.

L’anonimato permette di criticare senza esporsi, di attaccare senza assumersi responsabilità e di partecipare al dibattito senza dover mai spiegare quali interessi, convinzioni o motivazioni si portano con sé.

Ed è qui che torna alla mente un celebre personaggio della letteratura.

Il dottor Jekyll e il signor Hyde.

Di giorno celebriamo la partecipazione, la trasparenza, la Costituzione e il diritto dei cittadini a essere informati.

Di notte, o dietro uno schermo, quelle stesse domande diventano improvvisamente fastidiose.

Da una parte si elogiano i valori della Repubblica, della partecipazione e della cittadinanza attiva.

Dall’altra si guarda con sospetto chi legge un atto pubblico, analizza una determina o chiede spiegazioni a un’amministrazione.

La bandiera italiana che vediamo sventolare nelle scuole, nei municipi e durante le cerimonie rappresenta tutti.

  • Rappresenta chi governa e chi è all’opposizione.
  • Rappresenta chi applaude e chi critica.
  • Rappresenta chi è d’accordo e chi pone domande.

Perché i diritti sanciti dalla Costituzione non valgono soltanto quando fanno comodo.

Valgono soprattutto quando qualcuno li esercita per chiedere conto del funzionamento delle istituzioni.

E forse è proprio questo che rende alcune domande così scomode.

Non il loro contenuto.

Ma il semplice fatto che vengano poste.


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