Home Amministrazione Comunale Nuovo Municipio di Caselle: promosso nell’estetica, bocciato nei costi

Nuovo Municipio di Caselle: promosso nell’estetica, bocciato nei costi

by Redazione Ticronometro

Cosa raccontano davvero i 254 cittadini che hanno partecipato al sondaggio

Il nuovo Municipio di Caselle Torinese è stato inaugurato ed è entrato nella sua fase più delicata: quella della vita quotidiana. Dopo anni di lavori, discussioni e aspettative,  si è deciso di fare la cosa più semplice  e spesso anche la più scomoda, chiedere direttamente ai cittadini cosa ne pensano.

Lo abbiamo fatto proprio perché non volevamo limitarci all’ennesimo racconto della cerimonia inaugurale. Di articoli sull’evento, sui tagli di nastro e sulle foto di rito ce ne sono stati e ce ne saranno ancora  in abbondanza, tra brevi servizi  tv e cronache veloci.
A noi interessava altro.

Certo, qualche domanda ce la saremmo potuta fare anche noi: ad esempio come mai due ospiti annunciati e attesi, come il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio o il Sindaco di Torino Stefano Lo Russo, inseriti persino nella locandina ufficiale, non si siano poi visti. Oppure se e in che modo la Presidenza della Repubblica (o almeno il suo staff) abbia risposto all’invito, dettaglio rimasto poco chiaro. Sarebbe stato facile aggiungere un po’ di pepe in questo modo.

Ma non era quello l’obiettivo.

Il nostro approccio è volutamente diverso, e anche un po’ più complicato: meno cronaca dell’evento, più analisi di ciò che resta quando le luci si spengono. Meno attenzione al giorno dell’inaugurazione, più attenzione a quello che succede dopo: all’uso reale dell’edificio, alla percezione dei cittadini, alle aspettative sul futuro e al rapporto tra investimento pubblico e vita quotidiana.

Per questo abbiamo scelto di fare una cosa che raramente trova spazio nei resoconti ufficiali: ascoltare chi quel Municipio lo ha pagato, lo pagherà, lo userà (o non lo userà) e lo vivrà negli anni a venire.

Il sondaggio, aperto e senza prese di posizione, ha raccolto 254 partecipazioni, un numero significativo per una consultazione civica locale. Le domande non miravano a un “sì o no” ideologico, ma a esplorare estetica, utilità, costi, prospettive future e alternative possibili.

Il risultato? Un quadro molto più sfumato di quanto si possa raccontare con uno slogan.

vedi i risultati 


👍 L’estetica convince (quasi tutti)

Alla domanda “Ti piace esteticamente il nuovo Municipio?” la risposta dei cittadini è sorprendentemente netta:

  • Molto: 43%

  • Abbastanza: 43%

  • Così così: 10%

  • Poco o per niente: 2%

  • Non ho ancora un’opinione chiara: 3%

👉 L’86% dei partecipanti esprime quindi un giudizio positivo sull’aspetto dell’edificio.
Il nuovo Municipio piace: è percepito come bello, curato, rappresentativo e finalmente “all’altezza” di un edificio pubblico centrale.

Su questo punto, il consenso è ampio e trasversale.


💰 Il nodo vero: il costo da oltre 3 milioni di euro

Quando però l’attenzione si sposta dal “come appare” al “quanto è costato”, il clima cambia radicalmente.

Alla domanda sulla congruità della spesa, tenendo conto di smart working, digitalizzazione e minore accesso fisico agli uffici pubblici, le risposte sono queste:

  • Spesa adeguata e lungimirante: 21%

  • In parte adeguata, ma costosa: 27%

  • Spesa eccessiva rispetto all’utilizzo reale: 41%

  • Non ho elementi per valutare: 11%

👉 Il 68% dei cittadini esprime quindi dubbi o una valutazione negativa sul rapporto costo-utilità.

Il messaggio è chiaro:
il problema non è l’edificio in sé, ma la proporzione tra investimento e benefici percepiti nella vita quotidiana.


⏳ Uno sguardo al futuro: utile, ma solo se saprà cambiare

Guardando ai prossimi 10–20 anni, i cittadini non bocciano il nuovo Municipio, ma pongono una condizione precisa: dovrà sapersi adattare.

  • Resterà centrale così com’è: 31%

  • Sì, ma dovrà cambiare funzione nel tempo: 35%

  • Rischia di essere sovradimensionato: 26%

  • Non saprei dirlo ora: 8%

👉 La risposta più frequente non è un “sì” pieno, ma un “dipende da come verrà usato”.
La fiducia c’è, ma non è incondizionata.


🏢 Il caso via Cravero: un’occasione mancata secondo il 60%

Uno dei temi più sentiti è quello della mancata vendita dell’ex sede dell’Anagrafe di via Cravero, che avrebbe dovuto contribuire a finanziare l’opera.

  • Un male non essere riusciti a venderla: 60%

  • Un bene: 4%

  • Indifferente: 15%

  • Non conosco la vicenda: 21%

👉 Qui il giudizio è netto: per la maggioranza dei cittadini è stata un’occasione persa.

Ma la parte più interessante arriva subito dopo.


🔁 E adesso cosa farne? Una valanga di idee (soprattutto per giovani e studenti)

Alla domanda aperta su che destinazione dare ora all’edificio di via Cravero, emerge un dato fortissimo:
i cittadini non vogliono vederlo abbandonato.

Le proposte ricorrenti possono essere raggruppate in alcuni grandi filoni:

  • Studentato / residenza universitaria

  • Spazi per giovani e adolescenti (centri di aggregazione, hub, ludoteche, sale studio)

  • Biblioteca più grande e moderna

  • Servizi sociali e sanitari

  • Scuola superiore o istituto professionale

  • Vendita, ma a prezzo di mercato e non svenduto, per ridurre tasse o finanziare servizi

👉 Caselle investe poco sulle nuove generazioni, mentre i giovani sono spesso costretti a spostarsi altrove per studiare, fare sport o semplicemente incontrarsi.

Tra le proposte più articolate emerse dal sondaggio spicca l’idea di un Hub giovani e cittadinanza attiva, con spazi dedicati alla partecipazione, all’informazione, alla formazione civica e a piccole redazioni locali. Un luogo vivo, pensato per dare centralità a una fascia di età che oggi fatica a trovare spazi e opportunità. In questo contesto, anche esperienze come Ticronometro potrebbero offrire un contributo gratuito, aiutando i giovani a leggere gli atti pubblici, capire come funziona un Comune e partecipare in modo consapevole alla vita democratica (incuriosito mi informerò e magari butterò  giù a tempo perso un progetto)

Va però ricordato un elemento importante, spesso dimenticato nel dibattito pubblico: la sede di via Cravero era stata inizialmente inserita tra le ipotesi per diventare una residenza universitaria. Il Ministero aveva espresso un parere favorevole alla trasformazione dell’edificio in studentato, con la possibilità di accedere a fondi PNRR. (se ricordate ci si era accorti del parere favorevole  dopo diversi mesi della pubblicazione  della graduatoria)
L’Amministrazione comunale, affiancata  si presume,   da consulenze tecniche, ha invece valutato come più conveniente la strada della vendita.

Il risultato, ad oggi, è noto: due aste andate deserte e il rischio concreto che, col passare del tempo, l’immobile finisca per essere svenduto, perdendo valore e lasciando irrisolto sia il tema delle entrate sia quello di un utilizzo pubblico a beneficio della comunità.

Una scelta che, alla luce delle risposte dei cittadini, appare oggi quantomeno meritevole di una riflessione, soprattutto se confrontata con la forte domanda di spazi, servizi e opportunità proprio per le nuove generazioni.


🚧 Se quei 3 milioni fossero stati spesi altrove?

L’ultima domanda, aperta e diretta, ha liberato un vero e proprio flusso di coscienza collettivo.
I temi più ricorrenti sono:

  • Strade dissestate, marciapiedi pericolosi, buche

  • Palazzetto dello sport (citato decine di volte)

  • Asili nido e servizi per famiglie

  • Trasporto pubblico e collegamenti

  • Riduzione della TARI

  • Spazi per giovani, cinema, teatro, cultura

  • Manutenzione ordinaria e pulizia urbana

Una frase sintetizza bene il sentimento diffuso:

“La vita reale è tutta fuori dal Municipio.”


🧭 Conclusione: un edificio bello, una comunità che chiede altro

Il sondaggio non racconta una bocciatura del nuovo Municipio.
Racconta qualcosa di più complesso e, forse, più utile.

📌 Il nuovo Municipio piace esteticamente.
📌 Ma il suo costo viene percepito come sproporzionato.
📌 I cittadini chiedono ora investimenti concreti sulla vita quotidiana.
📌 Soprattutto su giovani, strade, servizi e spazi di comunità.

La sensazione finale è che il Municipio sia visto come un punto di partenza, non come un traguardo.
Un “fiore all’occhiello” che rischia di risaltare troppo se tutto il resto del vestito resta pieno di buchi.

Ora la palla passa alla politica:
ascoltare questi dati o archiviarli come rumore di fondo farà tutta la differenza.


Conta di più pensare o realizzare? Il secondo sondaggio che completa il quadro

A completare il percorso di ascolto, TicDemocrazia ha lanciato anche un secondo sondaggio lampo, nato da una domanda ricorrente nel dibattito pubblico:
conta di più l’idea di un’opera, magari pensata anni fa, oppure chi riesce davvero a portarla a termine?

Una domanda tutt’altro che teorica, soprattutto nel caso del nuovo Municipio, un progetto nato sotto un’Amministrazione precedente che, nonostante i molti anni a disposizione, non è riuscita a farlo partire, lasciandolo di fatto sulla carta.

Il mini-sondaggio ha raccolto 88 partecipazioni e i risultati sono molto chiari.

Alla domanda “Secondo te, cosa conta di più per un cittadino?”:

  • La realizzazione concreta dell’opera, anche se pensata da altri: 77%

  • L’idea e il progetto, anche se non realizzato: 11%

  • Entrambe le cose allo stesso modo: 11%

E ancora più netta è la risposta alla seconda domanda, “Chi merita il riconoscimento pubblico?”:

  • Chi oggi la realizza davvero: 70%

  • Chi l’ha progettata anni prima: 15%

  • Nessuno dei due / dipende: 15%

👉 Il messaggio che emerge è difficilmente equivocabile: per i cittadini contano i fatti, non le intenzioni. Le opere pubbliche vengono giudicate per ciò che diventano nella realtà, non per quanto tempo restano nei cassetti o nei programmi elettorali.

Questo non cancella il valore della progettazione, né il lavoro di chi immagina il futuro. Ma ricorda una verità semplice: un’idea che non arriva mai a terra, per il cittadino, resta incompleta.

Ed è anche per questo che il giudizio sul nuovo Municipio non può fermarsi né alla paternità del progetto né al giorno dell’inaugurazione. La vera valutazione comincia adesso, nell’uso quotidiano, nei servizi offerti e nella capacità dell’Amministrazione di dimostrare che quell’investimento saprà produrre valore reale per la comunità.

vedi i risultati

Una nota finale sugli insulti (e sul senso di questo lavoro)

Tra le centinaia di commenti raccolti, non sono mancati anche insulti rivolti a Ticronometro. Succede, ed è giusto non far finta che non esistano.
Li registriamo per quello che sono: una minoranza rumorosa, spesso più interessata a colpire chi pone domande che a confrontarsi sui contenuti.

Vale però la pena chiarire un punto.

Ticronometro non è un partito, non è un comitato, non è una lista civica mascherata. È uno strumento. A volte scomodo, a volte fastidioso, spesso complesso. Nasce con un obiettivo preciso: rendere leggibili e comprensibili temi che normalmente resterebbero confinati a pochi addetti ai lavori.

Per questo utilizziamo anche l’ironia. Non per banalizzare i problemi, ma per alleggerire il linguaggio e creare una porta d’ingresso.
Perché molte questioni pubbliche sono complicate, tecniche, noiose sulla carta. E sappiamo tutti una cosa: se qualcosa è difficile da leggere, semplicemente non viene letto.

L’ironia serve a questo: a incuriosire, ad accompagnare il lettore, a fare in modo che argomenti che normalmente non si aprirebbero mai vengano invece letti fino in fondo. Non sostituisce i dati, non altera i numeri, non cambia i contenuti. Li rende accessibili.

Gli insulti non cambiano i numeri.
Non cancellano le percentuali.
Non rendono meno reali le preoccupazioni espresse da 254 cittadini che hanno dedicato tempo a rispondere, spesso con commenti lunghi, articolati e tutt’altro che superficiali.

Se fare domande, raccogliere punti di vista e usare un linguaggio che non allontana ma avvicina dà fastidio, probabilmente significa che il lavoro sta centrando il punto.

E proprio per questo Ticronometro continuerà a fare ciò che ha sempre fatto:
👉 meno tifo, più dati
👉 meno cerimonie, più sostanza
👉 meno linguaggio per pochi, più comprensione per tutti

Perché la democrazia locale non si misura dagli applausi del giorno dell’inaugurazione, ma dalla capacità di una comunità di informarsi, capire e discutere anche duramente  di ciò che viene fatto con le risorse di tutti.

 

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