Parole da onorevole o da cittadino? Il caso Sgarbi davanti alla Corte

N. 0 04/02/2026 Approfondimenti Pubblicato il 04/02/2026 23:08
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Parole da onorevole o da cittadino? Il caso Sgarbi davanti alla Corte

Nel numero 5 della Gazzetta Ufficiale del 4 febbraio 2026, tra gli atti introduttivi di giudizio davanti alla Corte Costituzionale, compare un ricorso particolarmente interessante e delicato: riguarda il noto deputato Vittorio Sgarbi e la questione della “insindacabilità” delle opinioni espresse dai parlamentari. Ma cosa significa esattamente? E perché se ne sta occupando la Corte?

Cos’è l’insindacabilità parlamentare

In base all’articolo 68 della Costituzione, i membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse o i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. È una forma di tutela della libertà politica, pensata per garantire che deputati e senatori possano esprimersi senza timore di ritorsioni giudiziarie.

Ma questa protezione non è assoluta. La Corte Costituzionale ha più volte chiarito che vale solo per opinioni espresse “nell’esercizio delle funzioni” parlamentari. Quindi non si estende automaticamente a tutto ciò che un parlamentare dice o scrive, soprattutto fuori dalle sedi istituzionali.

Il caso: un post su Facebook e un conflitto di poteri

Il caso in esame nasce da un giudizio civile in cui Alex Marini, consigliere provinciale trentino, ha chiesto un risarcimento per dichiarazioni ritenute diffamatorie contenute in un post pubblicato su Facebook da Sgarbi.

Durante il processo, è intervenuta la Camera dei deputati, dichiarando che quelle affermazioni erano insindacabili, cioè protette dall’articolo 68. In pratica, secondo la Camera, Sgarbi aveva parlato in quanto parlamentare, e quindi non poteva essere giudicato per quelle parole.

Ma il giudice non è d’accordo. Secondo la Corte d’Appello di Ancona, che ha sollevato il conflitto davanti alla Corte Costituzionale, quelle dichiarazioni erano personali, non riconducibili a un atto politico o parlamentare. Di qui il ricorso, che rientra nella procedura nota come “conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato”: quando due istituzioni (in questo caso magistratura e Parlamento) si accusano a vicenda di avere superato i propri limiti costituzionali.

Cosa deciderà la Corte

La Corte dovrà stabilire se la Camera dei deputati ha ecceduto i propri poteri, estendendo impropriamente la tutela dell’insindacabilità a dichiarazioni non legate alla funzione parlamentare. In passato, la Corte ha già affermato che la semplice qualifica di parlamentare non basta a giustificare l’immunità: serve un nesso funzionale con l’attività politica o istituzionale svolta in Parlamento.

In particolare, i social network non sono automaticamente considerati un’estensione dell’attività parlamentare. Se il post di Sgarbi non riguardava un dibattito politico in corso, non era collegato a un’interrogazione o a un’iniziativa parlamentare, allora è probabile che la Corte neghi l’insindacabilità.

Perché il caso è importante

Questo caso non è solo una disputa tra due personaggi pubblici. È una questione di principio costituzionale. Se l’insindacabilità venisse estesa senza limiti:

  • i parlamentari godrebbero di un privilegio improprio, potendo dire qualunque cosa senza conseguenze;

  • i cittadini perderebbero tutela nei confronti di affermazioni lesive, anche quando pronunciate fuori dal contesto istituzionale.

D’altro canto, limitare troppo la protezione parlamentare potrebbe ridurre la libertà di parola dei rappresentanti eletti, rendendoli vulnerabili a pressioni e denunce.

Il bilanciamento tra libertà politica e responsabilità personale è quindi al centro di questa vicenda. E la risposta della Corte contribuirà a definire i confini dell’immunità parlamentare nell’era digitale, dove la linea tra attività pubblica e comunicazione personale è sempre più sottile.

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