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La Gazzetta Ufficiale – Serie speciale Corte costituzionale n. 9 del 4 marzo 2026 pubblica una decisione e diversi provvedimenti che riguardano temi molto diversi tra loro: responsabilità penale legata alla tossicodipendenza, misure cautelari per proteggere le vittime di reato, trattamento sanitario obbligatorio, spese di giustizia e affitti brevi.
Si tratta di questioni tecniche, spesso discusse nei tribunali, ma che hanno conseguenze concrete nella vita quotidiana dei cittadini.
L’elemento centrale del fascicolo è una sentenza della Corte costituzionale, affiancata da diverse ordinanze con cui i giudici ordinari chiedono alla Corte di verificare se alcune norme siano compatibili con la Costituzione.
La decisione più importante è la sentenza n. 21 del 2026, che riguarda l’articolo 95 del codice penale, una norma che disciplina i reati commessi da una persona in stato di cronica intossicazione da alcool o sostanze stupefacenti.
Per capire la questione è necessario chiarire un concetto fondamentale del diritto penale: la imputabilità.
Con questo termine si indica la capacità di una persona di capire ciò che sta facendo e di controllare le proprie azioni nel momento in cui commette un reato.
Se una persona non è imputabile, non può essere punita con una pena.
Il codice penale prevede due situazioni principali:
vizio totale di mente, quando la persona non è in grado di intendere o di volere
vizio parziale di mente, quando questa capacità è gravemente ridotta
In questi casi il giudice può decidere di non applicare una pena o di ridurla.
Il problema nasce quando il reato viene commesso sotto l’effetto di alcool o droghe.
Il codice penale italiano, che risale al 1930, stabilisce una regola molto severa: se una persona si è messa volontariamente in quello stato, di regola resta comunque responsabile.
Esiste però un’eccezione: la cosiddetta cronica intossicazione.
Questo termine indica una situazione molto grave in cui l’uso prolungato di alcool o droghe provoca alterazioni psichiche permanenti o molto durature, simili a una vera malattia mentale.
Solo in questo caso il giudice può valutare se la persona fosse realmente incapace di capire o controllare le proprie azioni.
Il caso che ha portato la questione davanti alla Corte riguarda un uomo accusato di maltrattamenti in famiglia e altri reati, che faceva uso abituale di cocaina.
Nel processo erano state svolte due perizie psichiatriche.
Una perizia (cioè una valutazione tecnica affidata a uno specialista) aveva sostenuto che l’uomo soffrisse di una condizione di intossicazione cronica con gravi problemi cognitivi.
La seconda perizia, invece, aveva concluso che non esisteva una vera malattia permanente: i disturbi erano legati solo agli effetti temporanei della droga.
Il giudice si è trovato quindi davanti a una questione più generale:
oggi la medicina considera la dipendenza da sostanze una forma di disturbo complesso, che coinvolge fattori psicologici, sociali e biologici. Non sempre produce danni irreversibili al cervello.
Per questo il giudice ha chiesto alla Corte costituzionale se la legge fosse troppo rigida.
In particolare, ha sostenuto che la normativa potrebbe essere ingiusta o irragionevole perché:
consente di valutare la capacità mentale solo in presenza di una malattia permanente
non permette di considerare altri disturbi legati alla dipendenza
potrebbe impedire una valutazione concreta della responsabilità individuale
La Corte costituzionale ha respinto la questione, dichiarando che la norma non viola la Costituzione.
Secondo i giudici costituzionali:
la distinzione tra intossicazione abituale e cronica intossicazione è una scelta del legislatore
questa scelta non è irragionevole
il sistema del codice penale è coerente con l’idea che chi si mette volontariamente in stato di alterazione debba normalmente rispondere delle proprie azioni
In altre parole, la Corte ha ritenuto che la legge attuale non impedisce una corretta applicazione del principio di responsabilità penale.
Solo quando l’abuso di sostanze provoca una vera e propria condizione patologica stabile si può parlare di cronica intossicazione e applicare le regole sul vizio di mente.
Nel fascicolo compare anche una ordinanza n. 22 del 2026, relativa al processo penale e alla protezione delle vittime di reato.
La questione riguarda il divieto di avvicinamento alla persona offesa, una misura cautelare molto utilizzata nei casi di violenza domestica o stalking.
Una misura cautelare è un provvedimento adottato prima della sentenza per prevenire nuovi reati o garantire lo svolgimento del processo.
In questo caso il giudice può imporre all’indagato di:
non avvicinarsi alla vittima
mantenere una distanza minima
essere controllato con strumenti elettronici (come il braccialetto elettronico)
La norma prevede una distanza standard di 500 metri e stabilisce che, se il controllo elettronico non è tecnicamente possibile, il giudice possa applicare misure più severe.
Le questioni di costituzionalità sollevate sono state dichiarate inammissibili, cioè non esaminate nel merito perché ritenute formulate in modo non adeguato.
Un’altra parte della Gazzetta riguarda un ricorso del Governo contro una legge regionale dell’Emilia-Romagna.
La legge regionale disciplina gli immobili destinati alla locazione breve, cioè gli affitti turistici di breve durata.
In particolare, consente ai Comuni di:
individuare zone del territorio in cui gli affitti brevi sono consentiti
stabilire condizioni o limiti per questa attività
Il Governo ritiene che alcune disposizioni possano violare competenze riservate allo Stato, ad esempio in materia di ordinamento civile e concorrenza.
Quando lo Stato ritiene che una legge regionale superi i limiti delle competenze della Regione, può presentare un ricorso alla Corte costituzionale, che decide chi abbia la competenza legislativa.
Due ordinanze riguardano il contributo unificato, cioè la somma che deve essere pagata per avviare una causa civile.
Una norma introdotta nella legge di bilancio 2025 stabilisce che la causa non può essere iscritta a ruolo se il contributo non è pagato.
Iscrivere una causa a ruolo significa inserirla ufficialmente nel registro del tribunale per far iniziare il processo.
Secondo alcuni giudici questa regola potrebbe limitare il diritto di accesso alla giustizia, perché impedirebbe di iniziare un procedimento anche in caso di errore o difficoltà economica.
Per questo motivo la questione è stata rimessa alla Corte costituzionale.
Un’altra ordinanza riguarda il trattamento sanitario obbligatorio (TSO).
Il TSO è un provvedimento che consente il ricovero forzato di una persona con gravi disturbi psichiatrici quando:
la persona rifiuta le cure
esiste un pericolo per sé o per gli altri
non sono possibili altre soluzioni terapeutiche
Il procedimento prevede diversi passaggi:
proposta medica
convalida del sindaco
controllo del giudice tutelare
Secondo il Tribunale di Firenze, la normativa potrebbe essere carente perché non prevede adeguate garanzie difensive per il paziente, ad esempio l’avviso della possibilità di nominare un avvocato.
Anche questa questione è stata rimessa alla Corte costituzionale.
Un’altra ordinanza riguarda i compensi degli interpreti e dei traduttori che lavorano nei processi.
Questi professionisti assistono il tribunale quando una persona coinvolta nel procedimento non conosce la lingua italiana.
La legge prevede che il compenso sia calcolato sulla base delle vacazioni, cioè unità di tempo standard utilizzate per pagare alcune prestazioni professionali.
Il giudice di pace di Roma ritiene che questo sistema possa essere inadeguato perché:
non tiene conto dell’importanza o della complessità del lavoro
non consente al giudice di adeguare il compenso al costo della vita
La Corte costituzionale dovrà valutare se la norma rispetta i principi di ragionevolezza e di equità.
Infine, un’ultima ordinanza riguarda la sospensione del procedimento con messa alla prova.
Si tratta di un istituto che consente all’imputato, per alcuni reati meno gravi, di evitare il processo e la condanna svolgendo attività come:
lavori di pubblica utilità
programmi di reinserimento sociale
risarcimento del danno alla vittima
Se la prova viene completata con successo, il reato si estingue.
Il Tribunale di Venezia ha sollevato dubbi sulla norma che stabilisce come calcolare la pena per verificare se l’imputato possa accedere a questo beneficio.
Il numero della Gazzetta dedicato alla Corte costituzionale mostra come molte questioni giuridiche nascano da problemi concreti affrontati nei tribunali.
Dalla responsabilità penale delle persone dipendenti da droghe alla protezione delle vittime, fino al diritto di accesso alla giustizia e alle garanzie nei trattamenti sanitari obbligatori, le decisioni della Corte hanno un impatto diretto sul funzionamento del sistema giudiziario e sui diritti dei cittadini.
Il lavoro della Corte costituzionale consiste proprio nel verificare che tutte queste norme siano compatibili con i principi fondamentali della Costituzione, garantendo l’equilibrio tra esigenze di sicurezza, tutela delle persone e rispetto dei diritti fondamentali.