Tra i provvedimenti più strategici contenuti nella Gazzetta Ufficiale n. 36 del 13 febbraio 2026 , uno riguarda un tema poco visibile al grande pubblico ma centrale per il funzionamento del Servizio sanitario nazionale: l’adozione della nuova Classificazione Italiana dei Dispositivi Medici (CID).
Non si tratta di un semplice riordino tecnico.
La nuova classificazione incide su:
controllo della spesa sanitaria;
tracciabilità dei dispositivi;
coordinamento con l’Unione Europea;
modalità di acquisto da parte delle Regioni.
In altre parole, riguarda il modo in cui lo Stato monitora e governa miliardi di euro di spesa pubblica ogni anno.
Quando si parla di sanità si pensa subito ai farmaci.
Ma una parte enorme della spesa riguarda i dispositivi medici, cioè strumenti e materiali utilizzati per:
diagnosi (es. kit per analisi del sangue);
terapia (es. pompe infusionali);
chirurgia (es. protesi, strumenti operatori);
monitoraggio (es. pacemaker, defibrillatori);
laboratorio (dispositivi medico-diagnostici in vitro).
Non sono medicinali, ma tecnologie sanitarie.
La loro spesa incide per miliardi di euro l’anno sui bilanci regionali.
Ogni dispositivo deve essere:
identificato;
catalogato;
registrato;
monitorato.
Una classificazione è un sistema di codici che consente di ordinare tutti i dispositivi in categorie omogenee.
Senza una classificazione chiara:
non si può sapere esattamente cosa si sta acquistando;
non si può confrontare la spesa tra Regioni;
non si può controllare l’appropriatezza degli acquisti.
La CID sostituisce la precedente CND (Classificazione Nazionale Dispositivi) in vigore dal 2007.
La CID è un sistema alfanumerico “ad albero”.
È una struttura gerarchica:
si parte da una categoria generale (es. dispositivi cardiovascolari);
si scende verso categorie sempre più specifiche;
ogni livello aggiunge dettagli tecnici.
È come una cartella principale che contiene sottocartelle, che a loro volta contengono altre sottocartelle.
I primi sette livelli sono allineati alla nomenclatura europea EMDN.
Uno degli elementi più importanti è l’allineamento con la European Medical Device Nomenclature (EMDN).
Perché è strategico?
Perché l’Unione Europea richiede:
maggiore tracciabilità dei dispositivi;
armonizzazione dei sistemi nazionali;
interoperabilità delle banche dati.
In sostanza, l’Italia non classifica più i dispositivi solo con un sistema interno, ma con una struttura coerente con quella europea.
Questo consente:
confronti tra Stati membri;
maggiore trasparenza del mercato;
controllo più efficace delle forniture.
Qui sta il punto centrale.
La classificazione non è solo una questione terminologica.
È uno strumento di governo della spesa pubblica.
Ogni dispositivo viene associato a un codice preciso.
Questo permette di sapere:
quanti dispositivi di un certo tipo vengono acquistati;
in quali Regioni;
a quale costo medio;
con quale frequenza.
Lo Stato può così individuare:
differenze anomale di prezzo;
scostamenti rispetto alla media nazionale;
possibili inefficienze.
La classificazione più precisa facilita le gare centralizzate.
Cosa significa?
Le Regioni o lo Stato possono bandire gare uniche per categorie omogenee di dispositivi.
Con una classificazione dettagliata:
si evita che dispositivi diversi vengano inseriti nella stessa gara;
si aumenta la comparabilità tra offerte;
si rafforza il potere negoziale pubblico.
Questo può generare risparmi rilevanti.
La spesa per dispositivi medici è soggetta a tetti.
Se una Regione supera il limite, possono scattare meccanismi di compensazione (come il cosiddetto “payback”).
Con la nuova CID:
il monitoraggio diventa più preciso;
si riducono le zone grigie;
aumentano le responsabilità contabili.
Le Regioni gestiscono direttamente la sanità.
Una classificazione più analitica significa:
maggiore trasparenza dei dati;
minore discrezionalità nella categorizzazione;
possibilità di controlli più puntuali da parte dello Stato.
Se emergono:
differenze di prezzo ingiustificate;
acquisti non coerenti con la classificazione;
uso eccessivo di determinate categorie,
le Regioni potrebbero trovarsi sotto maggiore pressione finanziaria.
In sintesi, la CID può diventare uno strumento di disciplina di bilancio.
La nuova classificazione migliora anche la tracciabilità.
Tracciabilità significa poter ricostruire:
quale dispositivo è stato utilizzato;
in quale struttura;
in quale periodo.
In caso di:
difetti di produzione;
richiami dal mercato;
problemi di sicurezza,
la gestione diventa più efficace.
Non è solo un tema economico, ma anche di tutela della salute.
La tecnologia sanitaria evolve rapidamente.
La CID prevede aggiornamenti annuali:
i primi livelli seguono l’evoluzione europea;
i livelli più specifici possono essere adattati alle esigenze nazionali.
Questo evita che la classificazione diventi obsoleta.
Le aziende produttrici di dispositivi dovranno:
adeguare la propria catalogazione;
utilizzare i nuovi codici;
aggiornare le registrazioni nella banca dati nazionale.
Questo può comportare:
costi organizzativi iniziali;
maggiore trasparenza competitiva;
minore possibilità di ambiguità classificatoria.
Per alcune imprese, soprattutto medio-piccole, l’impatto organizzativo non sarà irrilevante.
La nuova CID non è una norma che fa notizia.
Non riguarda direttamente il cittadino nel momento del voto o nella vita quotidiana immediata.
Eppure incide su:
miliardi di euro di spesa pubblica;
equilibri finanziari regionali;
rapporti tra Stato e Regioni;
mercato dei dispositivi medici;
qualità e sicurezza delle cure.
È una riforma strutturale, che rafforza la capacità dello Stato di monitorare e governare uno dei settori più delicati della sanità pubblica.