L'abrogazione del reato di abuso d'ufficio è stata una delle riforme penali più discusse degli ultimi anni. Dopo la cancellazione dell'articolo 323 del Codice Penale, numerosi giudici hanno continuato a sollevare dubbi sulla compatibilità della scelta del legislatore con la Costituzione e con gli obblighi internazionali assunti dall'Italia.
Con l'ordinanza n. 117, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 1° luglio 2026, la Corte Costituzionale torna ad affrontare la questione e conferma ancora una volta il proprio orientamento: le nuove eccezioni di costituzionalità sono manifestamente infondate.
L'abuso d'ufficio era il reato che puniva il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, violando specifiche norme di legge o di regolamento oppure omettendo di astenersi in presenza di un conflitto di interessi, procurava intenzionalmente un vantaggio patrimoniale ingiusto a qualcuno oppure arrecava un danno ingiusto ad altri.
Era uno dei principali strumenti utilizzati per perseguire comportamenti illeciti nella pubblica amministrazione.
Nel corso degli anni, tuttavia, il reato è stato spesso criticato perché ritenuto di difficile applicazione e fonte della cosiddetta "paura della firma", cioè il timore dei funzionari pubblici di adottare decisioni per il rischio di subire indagini penali.
Con la legge n. 114 del 2024 il Parlamento ha deciso di eliminare completamente il reato di abuso d'ufficio.
Secondo il legislatore, l'obiettivo era:
ridurre il contenzioso penale;
eliminare una fattispecie ritenuta troppo generica;
favorire decisioni amministrative più rapide;
limitare i procedimenti che spesso si concludevano senza condanne.
L'abrogazione non significa però che ogni comportamento scorretto dei pubblici funzionari sia diventato lecito.
Restano infatti applicabili altri reati contro la Pubblica Amministrazione, come:
corruzione;
concussione;
peculato;
turbativa degli appalti;
falso;
traffico di influenze illecite, quando ne ricorrono i presupposti.
Inoltre continuano ad applicarsi le responsabilità:
disciplinari;
amministrative;
contabili davanti alla Corte dei conti;
civili per il risarcimento dei danni.
Alcuni tribunali hanno sostenuto che l'abrogazione potesse essere incompatibile con la Convenzione ONU contro la corruzione, conosciuta anche come Convenzione di Mérida.
Secondo questa tesi, eliminare il reato avrebbe potuto ridurre il livello di tutela contro i fenomeni corruttivi.
I giudici hanno quindi chiesto alla Corte Costituzionale di verificare se la scelta del Parlamento fosse in contrasto con:
l'articolo 11 della Costituzione;
l'articolo 97 della Costituzione, che impone il buon andamento della Pubblica Amministrazione;
l'articolo 117 della Costituzione, relativo al rispetto degli obblighi internazionali.
L'ordinanza n. 117 non riapre il dibattito.
La Corte dichiara le questioni manifestamente infondate.
In altre parole, i giudici costituzionali ritengono che il tema sia già stato affrontato e chiarito nelle precedenti decisioni e che non vi siano nuovi elementi tali da giustificare un diverso esame.
La Corte richiama infatti la propria giurisprudenza recente e conferma che l'abrogazione del reato non viola automaticamente gli obblighi internazionali assunti dall'Italia.
Di conseguenza, il reato di abuso d'ufficio resta abrogato.
Una questione viene dichiarata manifestamente infondata quando la Corte ritiene evidente che non esistano i presupposti per dichiarare incostituzionale una norma.
Non significa che il tema sia irrilevante.
Significa invece che, alla luce della Costituzione e della giurisprudenza già consolidata, non esistono motivi sufficienti per modificare il quadro normativo.
Dal punto di vista pratico non cambia nulla.
L'abrogazione dell'abuso d'ufficio continua a produrre i suoi effetti.
Per le amministrazioni pubbliche significa che:
il reato non può essere contestato per fatti successivi alla sua abolizione;
restano comunque gli obblighi di legalità e trasparenza;
continuano ad applicarsi le altre norme penali e amministrative contro gli illeciti.
Per i cittadini resta possibile denunciare comportamenti illegittimi dei funzionari pubblici, ma la qualificazione giuridica dovrà fare riferimento ad altre fattispecie previste dall'ordinamento.
Immaginiamo che un dirigente comunale favorisca illegittimamente un'impresa durante una procedura amministrativa.
Prima del 2024 quel comportamento avrebbe potuto integrare il reato di abuso d'ufficio.
Oggi il fatto dovrà essere valutato verificando se ricorrono altri reati, come la corruzione, la turbativa d'asta, il falso o altre violazioni previste dalla legge.
Se nessuna fattispecie penale risulta integrata, potranno comunque sussistere responsabilità disciplinari, amministrative o contabili.
L'ordinanza n. 117 conferma un principio fondamentale.
La Corte Costituzionale non giudica se una scelta politica sia opportuna o meno.
Il suo compito è verificare esclusivamente se quella scelta rispetti la Costituzione.
Nel caso dell'abrogazione dell'abuso d'ufficio, la Corte ribadisce che il legislatore dispone di un ampio margine nella definizione dei reati, purché siano rispettati i principi costituzionali e gli obblighi internazionali.
L'abuso d'ufficio è tornato ad essere reato?
No. Il reato rimane abrogato.
La Corte Costituzionale ha cambiato orientamento?
No. L'ordinanza conferma la linea già seguita nelle precedenti decisioni.
I pubblici funzionari possono agire senza controlli?
Assolutamente no. Restano applicabili numerosi altri reati e forme di responsabilità amministrativa, disciplinare e contabile.
Perché i giudici continuano a presentare ricorsi?
Perché possono ritenere che una norma presenti profili di illegittimità costituzionale. La Corte valuta ogni volta se esistano motivi nuovi o già superati dalla propria giurisprudenza.
L'Italia viola la Convenzione ONU contro la corruzione?
Secondo la Corte Costituzionale, le questioni prospettate in questo giudizio non dimostrano una violazione tale da rendere incostituzionale l'abrogazione del reato.
Immaginiamo che un regolamento di condominio venga modificato eliminando un vecchio divieto ormai ritenuto poco utile.
Alcuni condomini contestano la modifica sostenendo che sia contraria alle regole generali del condominio.
L'assemblea, però, verifica che il nuovo regolamento continua comunque a garantire ordine e correttezza attraverso altre norme già esistenti.
La Corte Costituzionale svolge un ruolo simile: non decide se la modifica sia la migliore possibile, ma controlla se rispetti le regole fondamentali fissate dalla Costituzione.