La Gazzetta Ufficiale n. 88 del 16 aprile 2026 – Serie Generale pubblica il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 16 gennaio 2026 che approva la convenzione tra la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria e Rai Com S.p.a. per la trasmissione di programmi radiofonici e televisivi in lingua arbëreshe nella Regione Calabria. È uno di quei provvedimenti che, a prima vista, possono sembrare tecnici, ma che in realtà toccano un tema molto concreto: il rapporto tra servizio pubblico, identità culturale e tutela delle minoranze linguistiche.
Il decreto approva formalmente una convenzione già stipulata il 30 giugno 2025 tra lo Stato e Rai Com. L’obiettivo è garantire la produzione e la diffusione di contenuti in lingua arbëreshe, cioè la lingua storica delle comunità italo-albanesi presenti in Calabria. La durata prevista dalla convenzione va dal 15 settembre 2025 al 29 ottobre 2026.
In parole semplici, lo Stato dice alla Rai: questo servizio ha un valore pubblico e culturale, quindi va garantito e finanziato.
Il punto centrale è che non si tratta di un favore a una nicchia, ma dell’attuazione di un principio previsto dalla legge e dalla Costituzione. Il decreto richiama infatti:
Questo significa che il finanziamento pubblico non nasce per caso. Nasce perché la lingua non è vista solo come un mezzo di comunicazione, ma come parte del patrimonio culturale del Paese.
La convenzione stabilisce numeri molto precisi. Rai Com, per conto della Rai, si impegna a produrre e diffondere:
Questi contenuti dovranno riguardare attualità, servizio, cultura e intrattenimento. Quindi non solo programmi “di memoria” o celebrativi, ma anche contenuti vivi, utili e legati alla realtà quotidiana delle comunità interessate.
In più, la Rai si impegna a rendere progressivamente fruibile questa programmazione anche sui propri siti web. È un dettaglio importante, perché significa che la tutela linguistica non resta confinata alla trasmissione tradizionale, ma può allargarsi al digitale.
Qui entra in gioco una distinzione utile da capire.
Rai è il soggetto che svolge il servizio pubblico radiotelevisivo, cioè quel servizio che ha il compito di informare, educare e rappresentare il pluralismo culturale del Paese.
Rai Com, invece, in questa convenzione agisce come mandataria esclusiva senza rappresentanza della Rai nella gestione e nella stipula dell’accordo con le istituzioni. In pratica, è il soggetto che gestisce operativamente il rapporto contrattuale.
Tradotto in modo semplice: la missione pubblica è della Rai, ma la convenzione viene gestita tramite Rai Com.
La Presidenza del Consiglio si impegna a versare a Rai Com un importo pari a 1.123.287,85 euro IVA compresa per il periodo dal 15 settembre 2025 al 29 ottobre 2026. La convenzione precisa anche che, in caso di rinnovo, l’importo sarà riparametrato su base annua a 1.000.000 di euro IVA compresa.
Questa cifra serve a coprire gli oneri della produzione e della diffusione dei programmi.
Quando si legge una cifra superiore al milione di euro, la prima domanda che molti cittadini si fanno è: ma davvero serve?
La risposta dipende da come si guarda alla questione. Se si considera la lingua arbëreshe soltanto come un elemento folkloristico, allora il finanziamento può apparire secondario. Ma se la si considera per quello che è, cioè una parte della storia italiana e della pluralità culturale del Paese, allora la logica cambia.
È un po’ come la manutenzione di un archivio storico, di un teatro pubblico o di una biblioteca civica: non produce solo un vantaggio economico immediato, ma conserva un bene collettivo.
La convenzione non si limita a stanziare soldi. Prevede anche un sistema di monitoraggio.
Entro trenta giorni dalla sottoscrizione deve essere istituito un Comitato di indirizzo e monitoraggio, con il compito di:
Nel Comitato siedono rappresentanti della Presidenza del Consiglio, della Regione e del Gruppo Rai. Inoltre, ai membri non spetta alcun compenso aggiuntivo.
Questo passaggio è importante perché chiarisce che il finanziamento non è un assegno in bianco: la programmazione deve essere verificata e documentata.
Il pagamento non avviene in automatico appena firmata la convenzione. La fattura può essere emessa solo dopo la verifica della conformità delle prestazioni e solo dopo la presentazione della documentazione che prova l’avvenuto adempimento. Inoltre, serve una dichiarazione dell’Ispettorato territoriale competente che attesti l’effettività delle trasmissioni.
In sostanza, prima si controlla che i programmi siano stati davvero prodotti e trasmessi, poi si paga.
La convenzione prevede anche penalità precise. Se Rai Com non svolge i servizi previsti, salvo cause di forza maggiore o esigenze indifferibili, la fattura deve essere ridotta secondo questi parametri:
Se poi le inadempienze diventano rilevanti, fino a raggiungere almeno il 50% delle ore complessive previste, la Presidenza del Consiglio può disporre la risoluzione della convenzione.
Questo è un punto fondamentale, perché mostra che il finanziamento pubblico è legato a obblighi misurabili.
L’arbëreshë è parlato da comunità presenti in Italia da secoli, soprattutto in Calabria e in altre aree del Sud. Non è soltanto una lingua “di casa” o una curiosità storica: è il segno di una continuità culturale che lo Stato considera meritevole di tutela.
Qui il servizio pubblico ha una funzione diversa da quella puramente commerciale. Un’emittente privata, seguendo solo la logica degli ascolti, potrebbe non investire mai su una lingua parlata da una minoranza numericamente limitata. La Rai invece, proprio perché svolge un servizio pubblico, deve rappresentare anche chi non fa grandi numeri ma ha un diritto riconosciuto.
Immaginiamo un piccolo comune calabrese dove una parte della popolazione conserva ancora la lingua arbëreshe. Senza radio, tv e contenuti digitali in quella lingua, il rischio è che le nuove generazioni la sentano sempre meno, fino a considerarla qualcosa di marginale o inutile.
La convenzione serve proprio a questo: non a “musealizzare” una lingua, ma a farla vivere dentro strumenti moderni come informazione, programmi culturali, intrattenimento e web.
È lo stesso principio per cui una famiglia cerca di trasmettere ai figli una tradizione o un dialetto di casa: se non viene usato, nel tempo si perde.
Per i cittadini delle comunità arbëreshë, questo provvedimento può avere effetti molto concreti:
Per il resto del Paese, invece, il valore è più ampio: ricordare che l’Italia non è fatta solo di una lingua e di una cultura uniforme, ma di una pluralità storica che merita di essere rappresentata.
1. Che cosa approva esattamente il decreto pubblicato in Gazzetta?
Approva la convenzione tra Presidenza del Consiglio e Rai Com per produrre e trasmettere programmi radiofonici e televisivi in lingua arbëreshe in Calabria.
2. Per quanto tempo vale la convenzione?
Dal 15 settembre 2025 al 29 ottobre 2026.
3. Quante ore di programmazione sono previste?
Sono previste 135 ore di radio e 37 ore di televisione.
4. Chi paga questi programmi?
La Presidenza del Consiglio, con risorse del Fondo unico per il pluralismo e l’innovazione digitale dell’informazione e dell’editoria.
5. Quanto costa il progetto?
Il costo previsto è di 1.123.287,85 euro IVA compresa per il periodo indicato nella convenzione.
6. Perché la Rai deve occuparsene?
Perché il contratto di servizio pubblico le impone di garantire anche trasmissioni in lingua arbëreshe per la Calabria.
7. Ci sono controlli sull’effettiva messa in onda?
Sì. È previsto un Comitato di indirizzo e monitoraggio e il pagamento avviene solo dopo la verifica delle prestazioni.
8. Cosa succede se non vengono trasmesse tutte le ore previste?
Scattano detrazioni economiche, con riduzioni calcolate per ogni ora di radio o tv non effettuata. Nei casi più gravi si può arrivare alla risoluzione della convenzione.
Pensiamo a una scuola pubblica in cui ci siano ragazzi con una storia culturale precisa che rischia di scomparire. Se nessuno investe in materiali, insegnamento e strumenti per mantenerla viva, quella cultura lentamente si spegne. Qui succede qualcosa di simile: lo Stato usa il servizio pubblico radiotelevisivo per evitare che una lingua storica resti invisibile.
Non sta comprando soltanto ore di trasmissione. Sta finanziando uno spazio di riconoscimento culturale.